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Ultimo aggiornamento: 11/10/2017
  

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BELLEZZA: ANDARE A MESSA CON ARTE
Una riflessione di Enzo Bianchi sul rapporto tra bellezza e liturgia

La bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla con troppa ingenuità, con uno stupore che incoraggia il discorso su di essa ma ne impedisce una lettura autentica. Dall’alba della modernità risuonano ancora come attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: «Che cosa sia la bellezza non lo so», perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente, spesso addirittura sviante. La bellezza non è solo un enigma ma è anche ambigua, perché è collocata nella sua manifestazione tra le realtà terrestri. La bellezza delle creature non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, un falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: «La donna vide che l’albero era… affascinante per gli occhi» (Gen 3,6), così come era buono e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Fëdor Dostoevskij è costantemente citato per le sue riflessioni sulla bellezza, in particolare per la sua frase: «La bellezza salverà il mondo» (L’idiota); ma si dimentica che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambe queste bellezze feriscono: o sono effroi, «sorprendente spavento» – come ama dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Più l’aspetto sensibile attira, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità, che fa dell’estetismo il valore primo, capace di detronizzare la verità e la bontà. Io amo parlare del dramma della bellezza, perché è facile proclamare che la bellezza indica, insegna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’Adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più possiamo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio, la sua immagine, ma ciò non è automatico né facile; anzi, più facilmente noi uomini, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. Sì, l’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Io amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Gesù Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori provenienti da questa tradizione non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere nell’uomo Gesù ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza là dove c’è già, per vedere l’invisibile nel visibile.

Se la liturgia è opus Dei, opera, azione di Dio; se «Cristo è in modo speciale presente nelle azioni liturgiche», e dunque la liturgia è una sua azione, allora in essa la bellezza-bontà è certamente presente, ma è una bellezza-bontà che si manifesta agli occhi della fede, che si sperimenta – come già accennavo – con i sensi spirituali. Una liturgia bella non può essere definita – come sovente si pensa – «una bella funzione», ma deve essere compresa come liturgia munita di quella bellezza che fa apparire la grazia di Dio (Tt 2,11).

Una liturgia munita di bellezza non va a cercare aggiunte, decorazioni, ornamenti, pizzi da noi apposti, non si nutre di fasto, né abbisogna di ieraticità: essa si manifesta in tutto ciò che noi uomini, che la Chiesa sa apprestare ed esprimere con arte attraverso gesti e parole umane, attraverso le creature. Si tratta di predisporre tutto ciò di cui il Signore ha bisogno per esprimersi; riprendendo il verbo che conclude il prologo del quarto Vangelo, si tratta di saper «narrare», di fare segno all’azione del Signore risorto presente nell’assemblea che celebra, nel presbitero che presiede la liturgia, nelle diverse azioni, nello spazio apprestato. Mi si permetta di insistere: la bellezza della liturgia è quella di azioni, di gesti umanissimi, reali, strappati alla banalità, alla routine e resi eloquenti, carichi di significato; è la bellezza della materia chiamata, convocata a una trasfigurazione. Qui in verità si gioca la nostra fede, la nostra capacità di credere, di mettere fiducia nella semplicità dei gesti umani che spiegano e manifestano quelli del Signore. Per questo resto critico ogni volta che, parlando di bellezza e liturgia, si ricorda la leggenda degli inviati dal principe della Rus’ Vladimir a Costantinopoli. Costoro, dopo aver assistito alla liturgia patriarcale nella cattedrale di Santa Sofia, esclamarono: «Non sappiamo se siamo stati in cielo o in terra, perché il cielo era sulla terra e la terra in cielo!». Di conseguenza, scelsero come religione quella ortodossa bizantina. La leggenda è bella, e in essa si afferma la verità del fatto che la liturgia è unica in cielo e sulla terra, che la liturgia, se è bella, desta emozioni e tocca tutti i sensi, a partire dal cuore. Attenzione però: questa esclamazione degli inviati va letta con intelligenza e non sovraccaricata di significato. Essi hanno assistito a una “bella funzione” – direbbe la nostra gente –, ma la bellezza della liturgia, quella autentica, non è condizionata da e non si esaurisce in questa suggestione estetica. Altrimenti cosa sarebbero le nostre liturgie quotidiane nelle sperdute parrocchie di una valle del cuneese, alle quali, se va bene, partecipa un gruppetto di persone anziane, sovente sdentate? Invece anche queste liturgie, se celebrate con serietà e con timore del Signore, con convinzione, sono capaci di essere belle quanto una liturgia di una comunità monastica o di una cappella papale. Certo, occorre un’educazione lunga, costante di ogni cristiano, perché possa percepire la vera bellezza della liturgia la quale, se è autentica, insegna, fa memoria, emoziona, plasma il cristiano stesso. E vorrei appena accennare al fatto che la bellezza della liturgia, intesa nella sua verità cristiana, è come la gloria del Signore che si riflette sul cristiano e lo trasfigura di gloria in gloria, lo rende bello a immagine di colui che è la bellezza (cf. 2Cor 3,17-18). Egli sperimenterà così la verità delle già citate parole del profeta Isaia: «Il Signore sarà la tua bellezza» (Is 60,19).

Dunque nella liturgia cristiana entra anche la materia, entrano le creature, entrano i frutti della terra e del lavoro, della cultura dell’uomo, e ciò che l’uomo con le sue mani sa fare: la chiesa edificio, l’altare, le vesti, eccetera. La liturgia dice: «Amen», «Sì» alle cose, ai suoni, alle pietre, ai colori, ai profumi, i quali devono solo essere adeguati alla capacità sacramentale. Certo, l’uomo deve saperli far entrare nella liturgia, non rendendoli sacri, non benedicendoli come se fossero creature da esorcizzare, ma con un’operazione di discernimento sulla loro bellezza. Anche questo fa parte del predisporre tutto all’azione del Signore. Nel rispetto dei diversi contesti e dei diversi registri in cui si può esprimere la bellezza, vorrei fare solo un esempio. Al cuore della liturgia eucaristica ci sono le creature del pane e del vino, e già qui si potrebbe dire qualcosa: perlomeno che il pane dovrebbe essere pane per significare il pane… Ecco un caso in cui dovrebbe essere visibile la bellezza di una creatura, bellezza necessaria alla liturgia e costitutiva della celebrazione. Se invece nella liturgia non vi è il pane, ciò che è sull’altare che cosa spiega, che cosa narra della creazione di Dio e della cultura dell’uomo che sono trasfigurate, eucaristizzate nella liturgia stessa? Perché non comprendiamo che nella liturgia il pane è più essenziale di un’icona dipinta? Il pane è tanto più bello, quanto più mostra ciò che è: pane appunto, cibo per il nutrimento dell’uomo. Il pane ha una bellezza, una dignità che abbisogna di una patena adatta, che sappia farlo risaltare, che sia un segno di rispetto per ciò che è.

Ecco allora l’arte, la bellezza a servizio della liturgia, ma non viceversa!

A questo proposito servono vigilanza e discernimento: la banalità, la sciatteria, la mancanza di attenzione, di grammatica umana, di qualità, tutto questo minaccia l’azione liturgica quanto un’arte troppo segnata da improvvisazione e sperimentazione, una pretesa bellezza alla quale la liturgia serva come contesto in cui esprimersi. Le creature, le opere d’arte, in breve tutto ciò che è opus hominis deve entrare nella liturgia solo se ha le qualità per essere al suo servizio. Le opere d’arte devono essere in armonia con la fede, con la liturgia e con i bisogni dei fedeli, perché è necessario che i fedeli sappiano leggerle, comprenderle, apprezzarle, sentirle come mistagogiche per la loro partecipazione alla liturgia. E qui va detto con chiarezza: ci sono opere religiose che non sono capaci di essere a servizio dell’opus Dei, così come ci sono opere in grado di essere a servizio della liturgia, che però non sono collocate dove la liturgia le esige! Faccio solo due tra i tanti esempi possibili. Che senso ha che le varie Passioni di Bach, straordinari capolavori musicali e opere di intensa spiritualità cristiana, siano eseguite in un contesto liturgico? Oppure, sarebbe possibile celebrare una liturgia cristiana attraverso l’opera del coreografo Maurice Béjart Messe pour le temps présent (1967), in cui domina un erotismo mistico, senza dubbio religioso, ma di una religiosità dionisiaca ed estatica? In questi casi è la liturgia che si pone a servizio dell’arte, e ciò è demoniaco! Si può anche constatare che alcune cattedre costruite nello spazio liturgico in questi ultimi decenni, in posizione centrale, dalle dimensioni faraoniche, pur essendo delle opere d’arte, così collocate non manifestano ma oscurano la presenza del Signore vivente.

Si può infine notare che ci sono oggetti fatti da orafi e da stilisti che sono opere d’arte: ma che senso ha che appaiano come vesti liturgiche, facendo segno alla celebrazione del potere mondano? Ripeto quanto già espresso all’inizio: « La beauté est servante », come aveva compreso Nina Ricci. Anche per il vino vale quanto detto per il pane: basta contemplarlo, basta avvicinarlo con tutti i nostri sensi, ed esso diventa eloquente. Anche per il calice occorre una bellezza che lo strappi dalla banalità quotidiana del bicchiere da tavola. Si pensi solo alla nostra esperienza umana: quando brindiamo, usiamo non il normale bicchiere, ma spesso ci serviamo di un calice appunto, un calice che suona bene al contatto con un altro calice. È il calice eccellente per un gesto eccellente, dal significato eccellente. Così anche il praeclarus calix deve essere degno, deve fare segno, deve esprimere il rispetto, il timor Domini, la riverenza verso ciò che contiene: il sangue del Signore.

Qui c’è spazio per la bellezza, per una bellezza austera, semplice, intensa. La bellezza è escatologica, come l’amore, come la comunione. Nella nostra condizione di pellegrini verso il Regno – e anche la Chiesa è in questa condizione, è in via – tendiamo a una pienezza che non ci è data. Sicché anche la bellezza è sempre profetica, preannuncia ciò che sarà.

«L’autentica bellezza – come affermava Benedetto XVI nel suo incontro con gli artisti nella Cappella Sistina il 21 novembre 2009 – schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé»; ma noi la gusteremo non più come in uno specchio, non più in aenigmate (1 Cor 13,12) solo quando essa sarà rivelata come realtà ultima nel Regno! Proprio per questo nell’oggi, in via, la bellezza sta, come ricerca del reale, accanto alla verità, con la quale non può essere confusa e dalla quale non può essere separata: potremmo parlare di veritatis splendor, di veritatis pulchritudo. La lotta per la verità non può essere disgiunta dalla lotta per la bellezza, e la contemplazione dell’una fa apparire l’altra.

da Avvenire di Domenica 6 febbraio 2011



Enzo Bianchi

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